Scale di misura

Prima di scegliere un test, chiedersi che tipo di dato si ha in mano

Il dolore misurato da 0 a 10, il codice di priorità del triage, la temperatura corporea, il numero di accessi in pronto soccorso. Sono tutti numeri, ma non si possono trattare allo stesso modo. La scala di misura di una variabile decide quali operazioni hanno senso e quindi quali analisi sono corrette.

Le quattro scale di misura

Numeri che non sono tutti uguali

Un numero può essere un'etichetta, una posizione in una classifica o una vera quantità. Il numero di maglia di un calciatore è un'etichetta: il 10 non vale il doppio del 5. La posizione in classifica dice chi è arrivato prima, ma non di quanto. I chilogrammi invece sono quantità vere: 10 kg pesano davvero il doppio di 5. Prima di fare qualsiasi calcolo bisogna chiedersi quale di questi casi si ha davanti.

I quattro livelli

  • Nominale. Categorie senza ordine: gruppo sanguigno, reparto di ricovero, sesso. Si possono solo contare e confrontare le frequenze.
  • Ordinale. Categorie ordinate, ma con distanze non uguali: stadio di malattia, codice di triage, risposte "per nulla / poco / abbastanza / molto". Ha senso la mediana, meno la media, perché non sappiamo se la distanza tra "poco" e "abbastanza" è uguale a quella tra "abbastanza" e "molto".
  • A intervalli. Distanze uguali ma zero convenzionale, come la temperatura in gradi Celsius: la differenza tra 36 e 38 °C è uguale a quella tra 38 e 40 °C, ma 40 °C non è "il doppio" di 20 °C.
  • A rapporti. Zero assoluto: peso, età, giorni di degenza, dose. Ammette tutte le operazioni, compresi i rapporti: una degenza di 10 giorni è davvero lunga il doppio di una di 5.

Ogni livello eredita le operazioni di quelli precedenti e ne aggiunge una. La classificazione risale allo psicologo Stanley Smith Stevens (1946) ed è ancora il primo passo di ogni piano di analisi.

Le zone grigie

Le scale di Likert e i punteggi di dolore sono formalmente ordinali, ma nella pratica vengono spesso analizzati con medie e test parametrici. Non è necessariamente un errore, soprattutto quando il punteggio deriva dalla somma di molti item. È però una scelta da dichiarare e motivare, non un'abitudine da dare per scontata.

Gli errori più comuni

Trasformare una variabile continua in categorie ("età sopra o sotto i 65 anni") fa perdere informazione e potenza, e la scelta del punto di taglio può cambiare i risultati. Assegnare numeri alle categorie nominali (1 = medicina, 2 = chirurgia) e poi calcolarne la media produce valori privi di significato.

Un esempio in sanità

Un questionario di soddisfazione chiede di valutare l'esperienza di ricovero da 1 a 5. Riportare "soddisfazione media 4,1" è comodo, ma la distribuzione delle risposte, per esempio la quota di pazienti che risponde 1 o 2, spesso dice molto di più su cosa migliorare.

Per chi vuole andare a fondo

Trasformazioni ammissibili

Stevens definì ogni scala attraverso le trasformazioni che ne preservano il significato. Una statistica è "ammissibile" per una scala se la sua conclusione non cambia applicando una di queste trasformazioni.

  • Nominale: qualsiasi funzione biunivoca \(y = f(x)\). Si può rinominare le categorie a piacere: resta valida la moda, non la media.
  • Ordinale: qualsiasi funzione strettamente crescente. Mediana e percentili si trasformano di conseguenza (\(\text{Me}(f(X)) = f(\text{Me}(X))\)); la media no.
  • A intervalli: trasformazioni lineari \(y = a + bx\) con \(b > 0\), come il passaggio da Celsius a Fahrenheit, \(F = 32 + 1{,}8\,C\). Si conservano i rapporti tra differenze, non tra valori.
  • A rapporti: solo cambi di unità \(y = bx\) con \(b > 0\), come da chilogrammi a grammi. Si conservano anche i rapporti tra valori e ha senso il coefficiente di variazione \(CV = s/\bar x\).

Perché la media di una scala ordinale è fragile

Due gruppi rispondono su una scala a 5 livelli. Se codifichiamo le risposte come 1, 2, 3, 4, 5 la media del gruppo A può risultare più alta; se le codifichiamo come 1, 2, 3, 4, 10, che rispetta lo stesso ordine, il confronto può invertirsi. Le conclusioni basate sulla mediana, invece, non cambiano. È il motivo per cui con dati ordinali si preferiscono mediane, percentili e test basati sui ranghi.

Il costo della dicotomizzazione

Dividere una variabile continua in due gruppi alla mediana riduce l'efficienza statistica in modo sostanziale: nel caso di una variabile normale la perdita è paragonabile a buttare via circa un terzo dei dati (Altman e Royston, 2006). Se servono categorie per la comunicazione, conviene analizzare la variabile continua e categorizzare solo per presentare i risultati.

In R

Scale di misura in R

# Variabile ordinale: codice di priorità al triage (1 = più urgente)
triage <- factor(c(3, 4, 2, 4, 5, 3, 1, 4, 3, 2),
                 levels = 1:5, ordered = TRUE)
table(triage)
median(as.integer(triage))   # la mediana ha senso
triage < 3                   # i confronti d'ordine sono ammessi

# Variabile nominale: i codici interni sono arbitrari
reparto <- factor(c("Medicina", "Chirurgia", "Medicina", "Ortopedia"))
as.integer(reparto)          # 2 1 2 3: la loro media non significa nulla

# Categorizzare una variabile continua fa perdere informazione
set.seed(1)
eta <- round(rnorm(10, 70, 10))
cut(eta, breaks = c(-Inf, 65, Inf), labels = c("<=65", ">65"))

Come leggere l'output

In R le variabili ordinali si dichiarano con factor(..., ordered = TRUE): così i confronti come triage < 3 sono permessi e rispettano l'ordine dei livelli. La mediana del triage è 3.

Per un factor nominale, as.integer() restituisce i codici interni assegnati in ordine alfabetico (Chirurgia = 1, Medicina = 2, Ortopedia = 3): sono etichette e non hanno significato numerico. Con cut() le età 64 e 72 finiscono in classi diverse, mentre 72 e 86 finiscono nella stessa: la categorizzazione cancella differenze che possono contare.

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